1 Ottobre 2026 By Gisel 0

“Perché ho scritto ciò che per tanto tempo non riuscivo a dire.”

Ci sono cose che riusciamo a raccontare facilmente, p poi ce ne sono altre che restano dentro per anni.

A volte perché fanno male, a volte perché non sappiamo trovare le parole giuste; altre volte perché abbiamo imparato a convivere con certi ricordi senza guardarli troppo da vicino.

Quando ho iniziato a scrivere Il peso del silenzio, non pensavo soltanto a raccontare una storia. Sentivo il bisogno di dare una forma a qualcosa che per molto tempo era rimasto senza voce. Scrivere, però, è strano.

Quando una cosa rimane nella nostra mente può sembrare confusa, enorme, quasi impossibile da affrontare. Quando invece proviamo a metterla sulla carta, lentamente prende una forma diversa. Non necessariamente diventa meno dolorosa. Ma diventa qualcosa che possiamo guardare. Possiamo fermarci, tornare indietro, scegliere una parola diversa, cercare di capire quello che allora non riuscivamo a comprendere.

Durante la scrittura di questo libro ci sono stati momenti difficili. Alcune pagine mi hanno riportato vicino a emozioni che credevo lontane. Altre mi hanno fatto capire cose che forse, senza scrivere, non avrei mai osservato nello stesso modo. E probabilmente è proprio questo che alcuni lettori hanno percepito.

Dopo aver letto Il peso del silenzio, diverse persone mi hanno detto una cosa che mi ha colpita molto: nelle pagine hanno sentito la mia sofferenza. Qualcuno mi ha detto che il libro è intenso.

Qualcuno lo ha trovato molto triste. Qualcuno ha fatto fatica a leggere alcuni passaggi. Ma mi hanno detto anche un’altra cosa, per me ancora più importante. In alcune pagine si sono riconosciuti. E questo mi ha fatto riflettere, perché quando scriviamo qualcosa di profondamente personale, abbiamo spesso la sensazione di raccontare soltanto noi stessi. Poi scopriamo che una paura, una ferita, un silenzio o una domanda che credevamo solamente nostra appartiene anche ad altre persone, magari con una storia completamente diversa. Eppure quell’emozione è la stessa.

Alcuni lettori mi hanno anche confidato che, dopo aver letto il libro, hanno pensato di cominciare a scrivere la propria storia. Questa cosa mi ha sorpresa, e mi ha emozionata, perché forse non bisogna necessariamente essere scrittori per sentire il bisogno di scrivere. A volte si scrive semplicemente perché abbiamo qualcosa dentro che chiede di essere raccontato.

Non importa se diventerà un libro, può essere una pagina, un ricordo, una lettera che non spediremo mai, una storia della nostra infanzia, una persona che ci ha cambiato,; un momento che ancora oggi non riusciamo a dimenticare.

Mettere le parole sulla carta non cancella quello che è successo, ma può aiutarci a osservarlo da un altro punto di vista. Ed è forse questo uno dei regali più grandi che la scrittura ha fatto a me, mi ha permesso di trasformare molti silenzi in parole; e quelle parole, una volta uscite da me, hanno incontrato altre persone.

Non avrei mai immaginato che qualcuno potesse riconoscersi in certe pagine, non avrei mai immaginato che la mia storia potesse far venire a qualcuno il desiderio di raccontare la propria. E invece è successo.

Forse è proprio questo che fanno le storie, partono da una persona e, se trovano la strada giusta, arrivano dentro qualcun altro. Il peso del silenzio è nato anche da questo bisogno: dare voce a quello che per tanto tempo era rimasto nascosto.

Oggi, però, mi piacerebbe fare una domanda a chi sta leggendo.

C’è qualcosa della vostra vita che avete sempre pensato di raccontare, ma che non avete mai avuto il coraggio di scrivere?

Non serve pensare subito a un libro, provate a cominciare da una sola pagina, a volte una storia inizia proprio così.